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MONUMENTI STORIA

Riva San Lorenzo: la storia attraverso i secoli

Riva San Lorenzo Il corso del fiume e il Ponte della Vittoria in lontananza

“Riva San Lorenzo è un posto che pochissimi veronesi frequentano”. Le parole di Pietro Trincanato, dell’Associazione Amici dei Musei di Verona, ci introducono alla storia di uno dei punti panoramici più belli della città. Mi trovo all’evento organizzato da Associazione River in occasione del Tocatì: la storia di Riva San Lorenzo e, grazie al potere evocativo della narrazione di Pietro, a quella dell’evoluzione di Verona negli ultimi due millenni.

Le origini romane di Riva San Lorenzo

Inizialmente Riva San Lorenzo si trovava fuori dall’area cittadina. La cinta muraria in epoca romana arrivava fino a Porta Borsari e mantenne quelle dimensioni fino al XII Secolo. Questo luogo tuttavia ebbe sempre a che fare con Verona Romana. Iniziò a inurbarsi presto ospitando l’elite cittadina che la istituì a zona funeraria. L’Arco dei Gavi, che compariva lungo la Via Postumia, l’attuale Corso Cavour, era il monumento funebre di una grande famiglia del patriziato cittadino. Successivamente ospitò le ville delle famiglie più ricche. Una delle ville più grandi e non più esistenti è stata identificata sotto l’attuale – seppur dismesso – cinema Astra, in via Oberdan.
Nacque un nucleo urbano e con esso la chiesa di San Lorenzo, una delle più antiche della città. Sappiamo essere attiva già nell’VIII Secolo ma che, in quel periodo, venne restaurata, dimostrando quindi la sua ben più antica origine.

Riva San Lorenzo. Il muro esterno dell'ingresso posteriore in pietra e mattoni, un cancello e delle inferriate
Ingresso posteriore alla Chiesa di San Lorenzo. Foto di Luca Fratton.

La transizione all’epoca delle signorie

Il Borgo dei Santi Apostoli diede origine a uno dei nuclei paleocristiani della città, fuori dall’abitato e con una sua autonomia. Erano presenti già sei chiese, tra le quali San Lorenzo e la Chiesa dei Santi Apostoli. Si evince che diventò una zona fortemente abitata. La presenza di San Lorenzo, che guarda i passanti dalla sommità del portale, è importante perché la chiesa ha un grande valore architettonico e artistico. Conserva le sue forme romaniche ma allo stesso tempo è ibridata da elementi come le due grandi torri scalari ai lati del cancello. La facciata in stile quasi normanno è un caso unico in città. Nei secoli rimaneggiata come molte delle chiese veronesi in epoca rinascimentale, all’interno conserva uno splendido matroneo che corre lungo la navata.
Solamente nel XII Secolo l’area viene inclusa nella città, tracciata la cortina muraria che correva da Castelvecchio lungo l’Adigetto per richiudersi all’altezza di Ponte Aleardi.

L’inurbamento di Riva San Lorenzo e la costruzione di Castelvecchio

Dal Lungadige si nota il più vistoso punto di riferimento: il ponte scaligero. Esso ci racconta la storia di uno dei momenti più gloriosi e celebrati della città: la stagione, tra ‘200 e ‘300, nella quale Verona fu retta dalla signoria dei Della Scala.
Verona in quegli anni fu la capitale di un grande stato signorile. La città era in piena espansione e allargò le mura fino a raggiungere le Torricelle. Riva San Lorenzo era un luogo già perfettamente integrato nell’area urbana. Divenne il sito del cantiere di Castelvecchio, che non era stato creato per difendere direttamente la città ma fu voluto da Cangrande II per difendere se stesso e la sua famiglia. Più che da nord la minaccia veniva proprio dalla città stessa, costantemente smossa da tumulti e congiure. Il ponte serviva per collegare Verona a Trento,  cioè agli alleati tedeschi che contribuivano al mantenimento della forza di Verona.

Ingresso San Lorenzo . Cancello ad arco e al centro una statua
Ingresso principale della Chiesa di San Lorenzo su Corso Cavour. Foto di Luca Fratton.

La vocazione commerciale di Riva San Lorenzo

Riva San Lorenzo in quel periodo era un gigantesco mercato fluviale. Riusciamo a immaginare meglio la realtà dell’epoca guardando la rampa che scende verso il fiume. Il mercato fluviale veniva gestito attraverso la torretta di Ponte Risorgimento, che nottetempo tendeva una catena al fine di bloccale le incursioni nemiche e i contrabbandieri. Da quel punto in poi, fino a Riva San Lorenzo, non erano presenti altri attracchi sicuri. Tutto lo spazio lungo le rive era occupato da mulini ad acqua e da ruote idrovore che servivano a convogliare l’acqua agli orti cittadini, soprattutto a quelli di San Zeno, dove un gigantesco appezzamento di terra era gestito dall’Abbazia. Di quel periodo è anche il toponimo del luogo, che ne descrive la funzione, allo stesso modo delle Rigaste, le palizzate erette nel punto in cui il fiume si biforcava.

Verona città d’acqua

Insieme a Lungadige Riva Battello, poco più avanti nei pressi della gelateria Pampanin, dove era presente un traghetto che in assenza degli odierni ponti consentiva l’attraversamento del fiume, San Lorenzo rappresentava un luogo ottimale per la fermata. L’ansa dell’Adige che anticipava l’arrivo contribuiva a smorzare la corrente, rendendo l’attracco molto più sicuro.
Verona era una città d’acqua, appartenente a una dimensione che oggi facciamo fatica a immaginare. Fino alla fine dell’800 dialogava con il suo fiume in uno scambio quotidiano. Il fiume, avendo una forte corrente, non si prestava alla risalita, così il flusso commerciale doveva forzatamente seguire quello acquatico. Si commercializzavano prodotti che entravano a Verona dal nord, dal Trentino, come legname e pietra. Il tutto arrivava su grosse chiatte le quali, spesso, non erano altro che zatteroni composti dallo stesso legname che, una volta arrivato, sarebbe stato smontato e rivenduto.

Riva San Lorenzo. Letto del fiume, lampione e il ponte a tre archi
Vista del Ponte di Castelvecchio da Riva San Lorenzo. Foto di Luca Fratton.

I prodotti del commercio fluviale veronese

Da Verona invece partivano i prodotti realizzati in città e poi venduti nell’est del territorio. La produzione veronese era molto varia ma anche molto importante: dalla lana e la seta alla calce. Vicino a Ponte della Vittoria è presente la torre con la pecora dei lanai che ricorda la presenza della corporazione in questa zona della città.
Da San Lorenzo partivano anche grossi carichi di calce: nel vicino Vicolo Calcina infatti, aveva sede una fabbrica che attingeva l’acqua dal fiume per preparare la calce. La fabbrica è stata attiva fino all’800, dopo la realizzazione dei muraglioni, e al suo lavoro si deve la costruzione della rampa, usata per caricare i prodotti sulle imbarcazioni.

L’epoca dello splendore cittadino

A partire dall’epoca moderna le grandi famiglie veronesi costruirono attorno a San Lorenzo molti dei loro grandi palazzi. Degno di nota è sicuramente palazzo Canossa, che assieme a palazzo Bevilacqua, fu una delle grandi realizzazioni di Michele Sanmicheli, il maggior architetto veronese del XVI Secolo.
San Lorenzo passò da essere il luogo di produzione medievale al luogo in cui, nel Rinascimento veronese, si insediarono sontuosi palazzi. Erano tutti segni del benessere della città e del modo in cui questa, attraverso la voce dei suoi intellettuali, rielaborava la lezione architettonica e artistica del Rinascimento italiano. San Giorgio in particolare, la cui cupola fu sempre disegnata dal Sanmicheli, non a caso ospita la quadreria più importante tra tutte le chiese della città. Monumento architettonico di pregio assoluto, all’interno ospita, tra gli altri, la pala dedicata a San Giorgio dipinta da Paolo Veronese e restaurata nel 2014.

Colonna Lanai con con intorno degli alberi e dietro un palazzo
Colonna dedicata alla commemorazione della corporazione dei lanai. Foto di Luca Fratton.

La ricostruzione di San Giorgio in Braida

La zona di San Lorenzo stava diventando il quartiere di un’elite accomunata anche da una certa raffinatezza intellettuale. Ciò portò a nuovi impulsi e alla formulazione di nuove idee. Una figura come quella del Cardinale di Canossa, uomo colto e profondamente immerso nel clima dell’intelligenzia umanistica cinquecentesca, affida i lavori sulla chiesa di San Giorgio alla Congregazione veneziana di San Giorgio in Alga. L’attività dell’ordine era quella di raccogliere i rampolli delle famiglie del patriziato veneto, soprattutto quelli con particolare vocazione intellettuale, per alimentare un circolo di chierici dotti. In questo clima si decise di rivoluzionare l’aspetto della chiesa, che esisteva già prima del ‘500, per darle forme nuove secondo quello che era il gusto dell’epoca.

Dalla fine della dominazione veneziana all’invasione napoleonica

Corso Cavour fu il punto in cui Napoleone decise di intervenire al suo arrivo, facendo rimuovere l’arco dei Gavi. Verrà rimontato solo un secolo dopo, seguendo le istruzioni di smontaggio e rimontaggio che, fortunatamente, i francesi avevano previsto.
I fatti che coinvolsero i veronesi in quell’epoca furono saguinosi, come la rivolta delle Pasque Veronesi. Viene celebrata come una ricorrenza del primo reale momento dell’identità veneta e dell’attaccamento dei veronesi verso la madrepatria veneziana. Sappiamo però che fu più verosimilmente un mix tra di altre due cause ben più localizzate. Una la reazione naturale di insofferenza da parte dei cittadini verso l’armata francese, che viveva a sbafo della popolazione, com’era tipico degli eserciti di quell’epoca, occupando le case e rubando dalle attività locali. L’altra l’occasione per una rivolta alla quale contribuirono parti dell’aristocrazia veneta interessate a sfruttare la popolazione per reagire all’occupante francese.

Riva San Lorenzo .Facciata laterale verde e bianca con  inferriate e balconi dove sono attaccati dei vasi di fiori
Palazzo dell’antico Hotel San Lorenzo, facciata che dà sul fiume. Foto di Luca Fratton.

L’assedio di Castelvecchio e i segni della distruzione

A due passi da Riva San Lorenzo c’è Piazzetta delle Pasque Veronesi, uno dei punti in cui esplose la rivolta. I francesi rinchiusero all’interno di Castelvecchio e dalle case di fronte partì uno scambio di fuoco potentissimo. Concluso con la distruzione delle case da parte delle cannonate francesi, uno dei segni ancora visibili di questo evento si trova sul portale del Palazzo Balladoro, che oggi è diventato il portale del teatrino della chiesa di SS. Trinità, che conserva i fori dei proiettili.
A seguito dell’evento la zona circostante cambiò radicalmente. I francesi privarono Castelvecchio di tutti i suoi merli, rimossi come segno di umiliazione verso la. Distrussero la torretta di controllo alla fine del ponte di Castelvecchio e dimezzarono le torri del castello.
La stagione napoleonica durò poco e nel 1814 Verona passò sotto il comando austriaco degli Asburgo, che diedero inizio a una nuova epoca per la città.

Il passaggio agli Asburgo

Nel 1822 Verona divenne per qualche mese, da Ottobre a Dicembre, in una capitale europea. La casa austriaca convocò il Congresso di Verona, riunendo i grandi potenti europei di allora al fine di ripristinare lo status quo dopo i moti del ’20-’21. Erano presenti i grandi sovrani di molti stati d’Europa: oltre all’imperatore d’Austria, che soggiornava in via Leoncino a Palazzo Erbisti, anche il Re di Prussia, i diplomatici britannici e francesi e molti inviati dagli Stati italiani. Ospiti di spicco furono Gioacchino rossini, che compose due brani per il Congresso messi inscena al Teatro Filarmonico, e lo Zar Alessandro I di Russia, ospitato a palazzo Canossa. Lo zar si distinse in città per una serie di curiosi episodi, tra cui uno dei più celebri: amava vestirsi da popolano per andare a bere nelle osterie, dove pagava con monete d’oro che riportavano la sua effigie.

Balaustrina con sotto due archi e in mezzo la strada.
Visione della balaustrina del palazzao che ospitava l’hotel. Foto di Luca Fratton.

Gli interventi austriaci e l’Hotel di Riva San Lorenzo

La dominazione austriaca proseguì fino agli anni ’60 dell’800. Eresse molte opere fortificatorie: dove oggi si trova il Santuario di Madonna di Lourdes, allora si trovava il forte San Leonardo, a sua volta costruito sul precedente Santuario di San Leonardo. Non si trattava di un forte per difendere Verona da attacchi esterni, ma di un punto strategico per sorvegliare la città dall’interno e poter controllare eventuali insurrezioni. Gli austriaci lasciarono Verona nel 1866 a seguito del plebiscito che unì l’Italia dopo la Terza Guerra d’Indipendenza. Riva San Lorenzo non visse grandi cambiamenti, a parte l’insediamento di un grande albergo. Negli anni ’70 dell’800 aprì l’Hotel San Lorenzo. La sua curiosa balaustrina altro non è che l’antica copertura dell’ingresso. Questo gigantesco hotel vantava di avere un accesso doppio, su strada e su fiume. Pare inoltre che le camere con vista su fiume fossero più costose, aprendo la visuale sulla Campagnola.

Gli sconvolgimenti dell’alluvione del 1882

Il vero episodio che rivoluzionò la città però fu la gigantesca alluvione del 1882, portando devastazioni inimmaginabili: Piazza Bra si trasformò in un lago, l’Arena era riempita d’acqua e le zona prospicenti al fiume erano completamente sommerse. I muraglioni comparvero tra l’inizio degli anni ’80 e la metà degli anni ’90. Seguivano tutto il corso del fiume mantenendo una larghezza media di novanta metri ed erano pensati in modo tale da contenere il fiume anche se avesse raggiunto i cinque metri oltre il livello di guardia.
Anche San Lorenzo cambiò radicalmente: smise di essere un porto e un punto d’attracco, conservando solamente la rampa per la fabbrica di calce, fino alla sua chiusura a fine ‘800. Nel XX Secolo l’Amministrazione rase al suolo il quartiere di San Micheletto alla Porta, che occupava tutta la zona dell’attuale via Diaz, per costruire un nuovo asse di accesso. Esso doveva legare il nuovo quartiere pianificato dal regime fascista al centro cittadino.

Rampa  utilizzata dalla fabbrica di calce . Il  letto del fiume e in fondo il ponte a tre archi
Foto della rampa utilizzata dalla fabbrica di calce. Oggi è una passaggio che conduce al fiume. Foto di Luca Fratton.

Dalla Belle Epoque alla Seconda Guerra Mondiale

Si rendeva così necessario un nuovo ponte, che prese il nome di Ponte Garibaldi, al quale seguì la costruzione di un secondo, Ponte della Vittoria, dedicato alla vittoria della Guerra. L’Hotel San Lorenzo, durante l’ultima fase del conflitto, divenne la sede del comando francese. Vennero demoliti molti edifici nei dintorni. Fu ritrovato, in quell’occasione, ciò che rimaneva del tempio romano dedicato a Giove Lustrale, che si trovava sotto la chiesa di San Micheletto, poco prima di Porta Borsarsi. I resti del tempio giaciono oggi abbandonati a se stessi in un prato lungo via Torbido, vicino al cimitero monumentale.
La zona di San Lorenzo era direttamente collegata al nuovo quartiere di Borgo Trento. Gli ultimi sconvolgimenti si devono ai fatti della Seconda Guerra Mondiale. I bombardamenti colpirono la città l’8 Settembre 1943, ma furono i tedeschi durante la loro fuga a lasciare i segni di distruzione più pesanti.

I ponti minati

L’esercito tedesco era deciso a minare tutti i ponti della città. Un accordo tra il podestà, il vescovo e il sovrintendente alle belle arti aveva strappato ai vertici tedeschi la concessione di non toccare i due ponti storici: Ponte Pietra e il Ponte di Castelvecchio, che nemmeno l’alluvione aveva demolito. In cambio, i veronesi si impegnavano ad autotassarsi per realizzare difese anticarro da attivare contro l’avanzata americana. I tedeschi non mantennero la parola e nella notte del 25 Aprile i veronesi passavano la voce di genieri del Reich avvistati nell’atto di minare anche i ponti storici. L’onda d’urto originata dallo scoppio del Ponte di Castelvecchio fu talmente potente da far crollare l’affresco del Tiepolo di Palazzo Canossa, frammentandolo in pezzi talmente piccoli da renderne impossibile la ricomposizione.
La zona di San Lorenzo visse un momento traumatico ma che fu il preludio alla rinascita.

La ricostruzione dei ponti

Il Ponte di Castelvecchio rinacque con la filosofia del “dov’era com’era”: drenando il fiume e recuperando i mattoni ancora presenti nell’alveo e riaprendo le fornaci negli stessi luoghi dove si trovavano le fornaci scaligere per ripristinare nel modo più filologico possibile i materiali di costruzione originali. Mentre Ettore Fagiuoli, suo primo architetto, seguì la ricostruzione di Ponte della Vittoria in modo sostanzialmente identico. Anche se, una volta inaugurato, negli anni ’50 dell’Italia bacchettona, si pose il problema del sesso dei cavalli nelle statue sul ponte. Una parte dell’opinione pubblica veronese riteneva che la visione del membro dei cavalli fosse scandalosa e che potesse turbare l’animo purista dei probi veronesi. Si scatenò allora sui giornali una battaglia tra i sostenitori del nudo e tra coloro che vi si opponevano. Ovviamente i veronesi fecero immediatamente di questa polemica un battage di cui ridere e i cavalli tornarono al loro splendore iniziale.

Riva San Lorenzo: la storia attraverso i secoli ultima modifica: 2020-09-22T14:16:27+02:00 da Luca Fratton

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