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CULTURA INTERVISTE

Fucina Culturale Machiavelli e la rovente arte veronese

Fucina Culturale Machiavelli

La stupenda cornice del Chiostro di Sant’Eufemia ha ospitato un concerto decisamente particolare. Il quartetto d’archi composto da Stefano Soardo, Louise Antonello, Sergio Baro Fonseca e Afra Mannucci si è esibito in The Death and the Maiden. Si tratta di un percorso musicale inaspettato, che lega il Quartetto n. 14 D810 in Re minore di Franz Shubert a trascrizioni per quartetto d’archi di brani della band Iron Maiden. E sebbene i ragazzi di Fucina Culturale Machiavelli sfornino continuamente proposte di intrattenimento di alto livello, non si poteva che rimanere colpiti dalla potenza scaturita dagli archi. Grazie agli arrangiamenti di Soardo e Omar Sanchez e la voce di Stefano Zanelli ad accompagnare, il pubblico ha potuto scoprire le affinità tra i percorsi artistici di grandi artisti così lontani nel tempo. Impossibile non uscirne soddisfatti.
L’occasione è stata anche quella di intervistare Stefano, uno dei fondatori di Fucina.

Fucina Culturale Machiavelli

Stefano Soardo, direttore artistico di Orchestra Machiavelli, fondatore di Fucina Culturale Machiavelli, musicista di professione, diplomato al conservatorio in violino e viola, laurea in lettere. Chiedo a te in quanto rappresentante, come è nata Fucina?

Ciao! Fucina Culturale Machiavelli è nata nel 2015 da subito nella contaminazione delle arti e contaminando a sua volta arti diverse, in particolare teatro e musica. Tra i fondatori, oltre a me, Pietro Battistoni e Rebecca Saggin, c’è Sara Meneghetti, regista e drammaturga, che ha fuso le due cose che poi sono sempre andate, già come è emerso dallo show di questa sera, incrociandosi.

È infatti impossibile non notare la vostra attitudine all’ibridazione, alla contaminazione, al voler cercare e proporre qualcosa di diverso, di ulteriore. Si tratta della vostra indole oppure avete anche fatto una ricerca che vi portasse a proporre questo tipo di contenuti?

Tutto dipende molto dalla nostra formazione. A parte me, che essendo classe ’87 sono anche il decano, siamo tutti millennials. Abbiamo vissuto attraverso i nostri genitori la cultura pop degli anni ’60 e ’70 e in modo più diretto gli ultimi barlumi di qualità della cultura pop del XX secolo. Contemporaneamente abbiamo avuto una formazione classica sia nella musica che al liceo e all’università. Intendo dire che non c’è assolutamente nessuna contraddizione nel portare una sonata di Beethoven o una tesi su Ludovico Ariosto e poi trascrivere e amare gli Iron Maiden piuttosto che i Red Hot Chili Peppers. Diciamo che il discrimine sta sia nella qualità e nella complessità di quello che si fa, caratteristica che contraddistingue l’uomo dall’animale, che nell’avere qualcosa da comunicare, qualcosa su cui lavorare a livello di simboli.

Fucina Culturale Machiavelli
Il quartetto d’archi alla fine di The Death and the Maiden, presso Chiostro Sant’Eufemia. Foto di Luca Fratton.

Un background culturale che fa da humus alla miriade di idee e proposte che popolano le vostre locandine. Avete fatto della vostra passione e dei vostri interessi una professione…

Come ho detto, siamo dei millennials, ci siamo laureati e abbiamo più lauree delle generazione precedenti. Con la particolarità che dopo tutte queste lauree ci si apre davanti un abisso. Soprattutto se i nostri percorsi riguardano le arti umanistiche. Soluzioni: la prima e più facile è emigrare. Anche uno dei fondatori di Fucina ad un certo punto ha deciso di intraprendere la via della musica barocca ed è andato a stabilirsi in Olanda. Ci siamo creati una professione. Fucina nasce con uno scopo artistico ma soprattutto cooperativo. Creazione di lavoro per chi vuole fare della performance artistica il proprio mestiere. Alla fatidica domanda del vicino di casa “cosa fai di lavoro?” rispondo con la mia professione, il musicista, e ricevo una seconda domanda: “si ma cosa fai veramente?”. Questo è il problema sul quale Fucina Culturale Machiavelli vuole intervenire nel suo piccolo cercando di creare lavoro, qualità e reddito.

Noto anche, conoscendovi, che per voi la questione della ricerca di senso da parte dei giovani è centrale. Amate suscitare, anche come provocazione artistica, la domanda nelle persone riguardo al proprio posto nel mondo. Ma voi avevate, o avete ancora, le stesse domande? E che risposte vi siete dati?

Non credo ci sia una risposta. Se uno è minimamente curioso, si spera muoia da vecchio e si spera lo faccia continuando a porsi delle domande. Per quanto mi riguarda spero di morire crescendo, non essendo ancora diventato grande. Ma non intendo rimanere nell’infantilismo, solo che non bisogna sentirsi arrivati. Sono cinque anni che facciamo questo lavoro e sinceramente sì, qualche cosa è cambiata rispetto all’inizio, ma lo spirito, l’energia e la voglia che ci sono ora sono gli stessi, è come se lo facessimo da cinque minuti. E spero che continui così.

Complimenti! Invece, Stefano, Fucina Culturale Machiavelli è appunto una start-up, come hai fatto e cosa hai pensato quando hai deciso di partire con questo lavoro? Che paure avevi, se ne avevi, e in che modo possono averti condizionato?

Abbiamo fatto un investimento attraverso una banca come per una qualsiasi altra attività quindi la paura maggiore era connessa a questo, al rischio economico. Hai paura di farti male, perché se va bene le glorie sono condivise ma in caso contrario le responsabilità sono di quelli che hanno firmato. Però, ci siamo detti che non volevamo emigrare, volevamo stare qua vicino alle nostre famiglie e quindi ci siamo chiesti se ce lo saremmo mai perdonati di non averci provato. La risposta è stata no, quindi tanto valeva provarci. Poi, sinceramente, io lavoro anche come insegnante, precario. Cosa faccio, non inizio la mia impresa? Non faccio figli, non metto su una famiglia? Cosa devo aspettare per farlo? Il mondo è questo e non cambierà. D’altronde, i nostri nonni hanno fatto cose grandi anche in condizioni più difficili quindi valeva la pena tentare.

Invece, sul fronte del pubblico, come vi ha accolto Verona e come sentite che sta reagendo la città alle vostre proposte?

Penso che non sarebbe stato facile iniziare un’esperienza simile in nessun luogo, in Italia. Ci piace pensare che se l’avessimo fatto in Germania o in Svizzera ci avrebbero steso il tappeto rosso, ma non lo so. Verona è una città strana, un po’ particolare. È grande, ha una buona offerta culturale ma molte volte è diffidente verso le nuove proposte. Un po’ restia nell’accogliere le novità. Ma nel momento in cui comincia a fidarsi si lancia con grande entusiasmo. Sono cinque anni che siamo vivi, il teatro è stato accolto bene. Devo dire che non è stato semplice. C’è sempre una diffidenza di fondo nel veronese. Poi quando si abbatte quella barriera il pubblico e le istituzioni sanno dare anima e corpo. Non è stato semplice e non lo è tuttora.

Ed è ancora più significativo vedervi sempre così entusiasti e concentrati sul vostro lavoro. Nella rassegna teatrale di Fucina Culturale Machiavelli dell’anno scorso il leitmotive era #famedicultura…

Sì, fame aveva il doppio significato di necessità e voglia di andare a cercare le novità, le nuove proposte. Prima di fare i figli si prendeva tanto la macchina per andare a Milano, Modena, Reggio Emilia per cercare spettacoli, concerti, anche all’estero, Berlino per esempio, sempre con questo scopo. Dall’altra parte invece la fame dell’artista, quella atavica che riguarda il quotidiano e la difficoltà di mettere il pane sulla tavola.

E a proposito di questa fame, vi sentite sazi? Quali sono le novità per la prossima stagione?

Beh io non ho cenato quindi sazio proprio no [ride]. Ma a parte gli scherzi, la risposta è un po’ quella di prima: io spero di morire rimanendo curioso per cui sazi proprio no, anzi. Per quanto riguarda il prossimo futuro, vorremmo partire alla grande con la stagione della musica in maffeiana da gennaio. Abbiamo delle gran idee e la direzione artistica sarà integrata dal bravissimo Giancarlo Rizzi, che mi affiancherà. Siamo però ancora prudenti a causa della situazione sanitaria. Mentre invece per la stagione teatrale abbiamo delle belle date ancora da recuperare dall’anno scorso. Penso a Marco Baliani o Peppa Pig si accorge di essere un suino, che sono spettacoli che vorremmo assolutamente portare a Verona e non ci siamo arresi all’idea che siano stati annullati. Aspettiamo di vedere come evolve la situazione da Settembre.

Grandi novità quindi per il teatro mi pare di capire!

Sì, stiamo attrezzando il teatro per la doppia forma, con distanziamento e streaming, con biglietto ridotto ovviamente. In diretta, con una regia fatta bene, con più camere e con audio con presa di qualità. Poi teatralmente la nostra produzione di prosa è ferma, perché stiamo lavorando a un progetto molto complesso e importante che per noi ha una grandissima rilevanza. Sarà anche compatibile con le restrizioni più severe perché coinvolgerà uno spettatore alla volta.

Fucina Culturale Machiavelli

Scusa? Cioè?

Si tratta di una versione di Edipo Re in realtà virtuale, cioè col visore. È una lavorazione cinematografico-teatrale, uno spettacolo che, come nella tradizione di Fucina Culturale Machiavelli, vede lo spettatore diventare personaggio. Indosserà il visore e arriverà nella Tebe di Edipo, una Tebe fuori dal tempo. La percezione spazio-temporale di chi partecipa dovrà essere quella di trovarsi nel luogo per seguire le tracce degli accadimenti. Anche se in realtà si muoverà in una stanza vuota con un casco e un operatore che controlla che non si faccia del male. Lo spettacolo è stato promosso e finanziato dal bando Per chi crea della SIAE, perché valutato come uno spettacolo di altissima innovazione artistico-tecnica. Il tutto ci vede lanciati nelle ultimissime fasi di realizzazione. Stiamo lavorando alla post-produzione e contiamo di lanciarlo in autunno. A nostro avviso sarà una bomba non solo a livello cittadino ma anche a livello nazionale.

Fucina Culturale Machiavelli e la rovente arte veronese ultima modifica: 2020-07-29T11:06:37+02:00 da Luca Fratton
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