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Associazione Giochi Antichi: la tradizione nel futuro

Associazione Giochi Antichi

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Una torre di quattro, cinque piani fatta di uomini che si scalano a vicenda, pastori che discendono dalle Torricelle usando lunghe pertiche, aria pizzicata di schiocchi di giocatori di S’cianco e adulti, padri di famiglia rapiti dall’incanto di lanciare pirole nelle finestre dei palazzi, al modo dei loro bimbi. Centomila e più, a Verona, per parlare una lingua comune, a volte, perduta. La lingua del gioco.
Da qualche tempo a questa parte l’Associazione Giochi Antichi opera per espandere il linguaggio del gioco e preservarne il profondo valore. Paolo Avigo, fondatore e presidente, ce ne parla.

Ciao Paolo, qual è la tua storia di te giocatore?

Ciao a tutti gli amici di itVerona! Beh la storia di Paolo Avigo giocatore è iniziata a pochi anni di vita e non è ancora finita. Sono assolutamente convinto che il gioco fa parte della vita dell’essere umano, dalla nascita fino alla morte. Con varie espressioni e modalità, ma è impossibile che la persona esista senza che il gioco la accompagni per tutta la vita. Crescendo si deve purtroppo vivere con un fardello, che è quello del lavoro, quindi si è aggiunta la famiglia, un’altra parte importante della mia vita. Una volta trovato l’equilibrio tra queste cose il gioco ha riempito completamente tutto lo spazio vitale rimasto.

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Un momento di una partita a S’cianco. Foto Associazione Giochi Antichi.

Una totale dedizione alla causa! E quali giochi prediligevi?

Da giovane mi sono procurato un ricordino della mia attività ludico-sportiva, che era il calcio. In una partita mi sono spezzato i legamenti crociati anteriori, un infortunio che mi trascino ancora adesso. Ho scoperto troppo tardi che non vale la pena trascurare le cure. Questo però non mi ha impedito di fare altri tipi di attività sportiva, sempre e liberamente come un cane sciolto. Nel tempo po’ di canoa e fino a questi ultimi vent’anni un gioco molto diffuso che a Pescantina chiamiamo Pirinel, conosciuto anche come S’cianco. Ha una decina di nomi diversi e viene giocato con modalità leggermente differenti a seconda della zona della provincia in cui si pratica.

Ho appreso anche io attraverso il Tocatì che lo S’cianco è molto giocato!

Dal 2002, da quando abbiamo fondato questa associazione, mi sono buttato a capofitto nell’avventura partendo proprio dal gioco dello S’cianco. Avevamo fatto un tentativo precedente tuttavia. Conservo un primo regolamento scritto dello S’cianco che risale alla fine degli anni ’80, redatto con amici che mi hanno seguito in provincia, avendo comunque poco successo.

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La spettacolare costruzione di un Castell, gioco tradizionale della Catalunya. Foto Aleu Agustin.

Forse si doveva attendere un tempo più maturo…

Sì, sicuramente. Persone diverse, situazioni nuove. Le cose si sono incastrare in modo migliore. Così il tutto si è evoluto velocemente dando alla luce, nella primavera del 2003, a un primo campionato di S’cianco che vedeva iscritte la bellezza di una trentina di formazioni di adulti e una decina di formazioni di ragazzi. Era sintomo del fatto che questo gioco non era assolutamente scomparso. Anzi, era rimasto latente, non solo nella memoria ma anche nella pratica, la quale rimaneva saltuaria o in occasione di feste di paese.

Quindi come siete arrivati alla grandissima apertura verso i tantissimi giochi che Associazione Giochi Antichi cura oggi?

Abbiamo voluto mantenere una relazione continua tra le organizzazioni che praticavano il gioco ma anche allargare la visuale ad altre attività delle quali non eravamo assolutamente a conoscenza. Ci si è aperto il mondo dei giochi.

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Momento di gioco durante una partita di Pallone col bracciale. Foto Associazione Giochi Antichi.

Che sorpresa sentirti dire così. Quindi prima di iniziare con lo S’cianco non conoscevi le potenzialità di questo universo nascosto?

No, ed è stata proprio una sorpresa assoluta. Migliaia di persone che portano avanti tradizioni del loro territorio. Pratiche che fanno parte della tradizione culturale di tantissimi luoghi. Tutte con giochi e modalità assolutamente diverse, ma che formano una rete di giocatori impensabile da parte nostra prima dell’inizio di questa avventura. Questa apertura di visuale ci ha permesso in pochissimi anni di entrare in contatto, nel 2005, con l’Associazione Europea Giochi e Sport Tradizionali, che ha sede in Francia, e questo ci ha dato l’opportunità di espandere il contenuto del festival e di organizzarlo in maniera tale che dal 2006 potessimo avere un ospite d’onore internazionale ogni anno.

Trovo che la partecipazione di una nazione ospite, con i propri giochi, sia stata davvero un colpo di genio a livello di proposta.

Sono d’accordo. Ci siamo comunque resi conto ancora di più che questo mondo meritava un’attenzione particolare. Siamo entrati a far parte di questa associazione nel 2007, da tre anni facciamo parte del consiglio di amministrazione e siccome questa associazione ha fatto da lancio a una struttura intercontinentale che riunisce organizzazioni singole ma anche federazioni continentali. Siamo presenti attraverso questa struttura in quattro continenti, non ancora in Oceania ma lo saremo. E da quest’anno facciamo parte del consiglio di amministrazione anche di questa struttura.

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Il gioco di origine scozzese del Singlestick. Foto Associazione Giochi Antichi.

Tornando a caduta su Verona, direi che la città ormai sia conosciuta, proprio attraverso il festival, come importante punto di riferimento nei quattro angoli del mondo. A proposito di questo, che rapporto c’è tra Associazione Giochi Antichi e la città?

Penso che ci sia un ottimo rapporto, almeno così è vissuto da chi lavora nell’associazione. Ovvio che con le istituzioni ci siano state delle discussioni, per far capire le intenzioni e le idee che volevamo passare attraverso la manifestazione. Con i cittadini, invece, sentiamo che un rapporto così forte ancora non c’è, ma capiamo la difficoltà di pensare al gioco antico come qualcosa di presente. Intendiamo il gioco tradizionale come gioco dell’oggi, da spendere nel quotidiano, e non come mero ricordo del passato o come attività dei nostri nonni. La fatica più grande è questa: trasmettere un messaggio che sia un messaggio del presente e non del passato quando si parla di attività tradizionali. I giocatori ci sono e giocano abitualmente. L’associazione europea conta più di 600.000 soci. Le organizzazioni che fanno parte di questa organizzazione vanno da federazioni a università, musei e associazioni come la nostra.

Mi sembra molto interessante questa riflessione, la quale è anche la vostra ragion d’essere, sul rapporto tra quotidiano e passato. Secondo te in questa difficoltà nel trasmettere l’attualità di questi giochi c’entra la perdita della voglia di giocare da parte degli adulti?

Tocchi un argomento su cui potemmo ragionare per ore. La nostra decisione di mantenere nel nome la dicitura “gioco tradizionale” ci porta ad avere una difficoltà aggiuntiva. Perché al termine gioco viene associata la parte iniziale della vita dell’essere umano. Il gioco è solo dei bambini e dei ragazzi, da adulti non viene più considerato. Le attività motorie cambiano nome e diventano sport ed è una cosa che ci danneggia moltissimo. Continuiamo però a voler far passare l’informazione del gioco. Secondo noi la cosa grave è non dare allo sport il significato che dovrebbe avere, quello di stare bene insieme alle persone con cui lo si pratica e di fare un’attività per entrare in relazione. Quando questa attività diventa la ricerca spasmodica del risulto perde anche il significato primo del termine.

Sì. Immagine dello sport e del gioco che viene amplificata da molti altri tipi di interessi oggi.

Purtroppo i media e l’informazione non tengono conto di questo se non quando succede qualcosa. Il calcio diventa gioco solo quando succede qualche problema di sicurezza o il doping emerge ancora dal limbo costante in cui è. Quando ci sono questi eccessi allora si sentono commenti come “Ricordiamoci che è un gioco“. Eppure gli allenatori nelle interviste molte volte concludono dicendo che “l’importante è vincere”. Non ci si può meravigliare che questi eccessi portino a estremi negativi. Ed è un mondo, non è solo il calcio.

Associazione Giochi Antichi
Foto Associazione Giochi Antichi.

Questi sono i pensieri di chi, come te e i tuoi colleghi, studia questi temi. C’è una deriva, è innegabile, che affossa il tentativo che fate per avvicinare le persone non solo al gioco ma le une alle altre. Ho sempre visto i partecipanti del festival ritrovare, anche se per un pomeriggio soltanto, gioia e semplicità nell’atto di giocare.

Questo è vero, sin dalle prime edizioni quello che ci dà la maggior soddisfazione è vedere le persone con il sorriso sulle labbra. Riusciamo a creare una situazione in quei giorni che è fertile per passare messaggi importanti. Dovremmo riuscire a far sì che questa atmosfera rimanga nel tempo fuori festival. Stiamo lavorando per ricreare delle strutture adibite a questo scopo. Non è facile, però abbiamo qualche possibilità nella nostra sede al Parco delle Colombare. L’anno prossimo dovrebbe partire un progetto del Comune di Verona con il quale, attraverso la Regione, siamo riusciti ad avere un finanziamento per coprire in parte le spese dei lavori. Vorremmo ricreare la stessa atmosfera anche se è ovvio che sarà molto diverso dall’esprimere i giochi nella bellezza del centro storico. La situazione che stiamo vivendo adesso [riferito al Coronavirus] dovrebbe farci ripensare a determinati meccanismi. Il timore è che passata l’emergenza si torni alla normalità.

In che modo secondo te il gioco è positivo per chi lo pratica?

È positivo perché se è un gioco che ti permette di fare movimento fa bene al fisico. Ma è estremamente positivo anche per la testa, perché ti fa entrare in relazione con le persone e lo fa con una modalità che altre pratiche difficilmente riescono a seguire, una modalità leggera. Pur essendoci dei regolamenti scritti che fanno da scheletro, le regole vengono condivise in fase di ritrovo, direttamente lì sul campo. Di volta in volta i giocatori si accordano su come adattare le regole per poter giocare. Così si sviluppa e stimola il pensiero ad agire per contribuire al gioco prima che a vincere. Perché comunque si vuole vincere, è parte imprescindibile del gioco, ma non si trascura il valore che permette di crescere attraverso di esso.

Casa Colombare
La sede di Associazione Giochi Antichi alle Colombare. Foto Associazione Giochi Antichi.

Sono d’accordo. Parlando invece dell’attività di ricerca che svolgete, in cosa consiste?

Questa attività è legata al mondo delle relazioni nel gioco. Le attività di gioco tradizionale sono molto più diffuse rispetto a quello che si pensi, non siamo a conoscenza di tutto quello che esiste. Ciò accade perché spesso le piccole realtà, che sono molto interessanti e le più radicate sul territorio, portano avanti con fatica la loro tradizioni, anche a volte all’oscuro dei propri amministratori.
Faccio un esempio nella negatività. Nel nostro libro sui giochi tradizionali italiani abbiamo toccato tutte e venti le regioni. Per quanto riguarda il Veneto, abbiamo voluto inserire la pratica della Balina, una comunità di giocatori di Valeggio che abbiamo invitato anche al festival. E nel festival uno dei vantaggi, o almeno così pensiamo noi, è quello che si entra facilmente in contatto con altre realtà che praticano giochi simili. Dalla prima volta che sono venuti abbiamo iniziato a ricevere telefonate di giocatori di palla elastica della Lombardia, della Toscana, del Lazio, del Friuli, che volevano mettersi in contatto con loro.

Quindi uno dei casi in cui il festival ha centrato in pieno il proprio obiettivo!

Certamente. Dopo qualche telefonata che gli passavo, però, i giocatori stessi mi hanno detto di non incentivare ulteriori contatti. Dicevano di essere troppo vecchi, che avevano il lavoro e non se la sentivano di andare lontano per giocare. Quando siamo andati a presentare il libro a Santa Lucia ai Monti abbiamo invitato il Sindaco e gli amministratori locali, i quali dissero di non sapere nulla di quel gioco, attività unica nel territorio di Verona. Voglio dire che questi giocatori sono anche portatori di un sapere che in qualche anno andrà perso. Queste realtà non si valorizzano oppure hanno mancanza di interesse. Ma io credo che loro non considerino l’utilità di quello che fanno. Questo gioco in particolare, che deriva dalle guerre di indipendenza e che è stato portato da fuori Italia, è interessantissimo, ma chi lo pratica non lo considera degno di essere conosciuto.

Simbdea
Foto Associazione Giochi Antichi.

A proposito di quello che hai detto mi viene di fare un’osservazione: il modo in cui questi giocatori prendono la loro attività sembra molto simile al modo di giocare dei bambini, che iniziano quando hanno voglia e smettono altrettanto facilmente.

Questo è vero, però se parliamo di giochi dei bambini i meccanismi sono quelli che dici tu, se parliamo di attività verso le quali vogliamo dare importanza allora il ragionamento cambia. Se i bambini non possono giocare a una cosa giocano a un’altra, mentre gli adulti vedono in questo gioco una trasmissione di memoria, un’eredità che hanno avuto dalle generazioni più vecchie e che in realtà dovrebbero trasmettere alle generazioni più giovani. Non incolpo nessuno, ma probabimente non ci sarà questa trasmissione e il gioco rimarrà solo nei documenti.

Pensare a questo epilogo lascia sicuramente una certa amarezza.

Ricordiamoci in ogni caso che noi siamo qui a parlare di perdite in una massa di giochi e sport molto grande e variabile, dove ad una perdita corrisponde sicuramente un nuovo acquisto. Bisogna vedere se il nuovo acquisto è in sintonia o meno.

Pelota Fuego
La Pelota P’urépecha è originaria del Messico. Foto Max Samaritani.

Certamente. Prima hai accennato alla situazione del virus, come lo vedi il futuro di AGA e del Tocatì?

In questo momento sono convinto che le pause facciano pensare a modalità a cui non avevi pensato, o che non avevi considerato prioritarie prima. Lo streaming per questa edizione del festival ci permetterà di darne uno sviluppo diverso. Affiancare lo streaming all’evento fisico ci permetterà di avere attività che altrimenti sarebbe difficilissimo ospitare. Un esempio è il gioco valdostano chiamato tsan, che usa degli spazi enormi. Si gioca con una mazza molto lunga e il campo richiede circa 250 metri. Lo stesso ragionamento vale anche per la pratica di voga, fatta su un’imbarcazione non adatta alla veloce corrente dell’Adige in città. Avremo quindi lo streaming dalla laguna di Venezia e vedremo i giochi sulla piattaforma creata ad hoc per quei giorni. Lo streaming non sarà una modalità che abbandoneremo. E penso che, ragionando ora liberamente, potremo allargare ulteriormente la visuale del festival.

Fiolet
Il Fiolet, gioco tradizionale della Valle D’Aosta. Foto Stefano Rossin.

Una grandissima novità quindi. La tecnologia al servizio di un evento che era già molto grande e conosciuto.

Se parliamo del festival, potremmo dire che quest’anno l’evento in presenza sarà molto limitato. Si passa da più di 200 tra giochi, spettacoli e laboratori dell’anno scorso a poco più di 30 previsti per quest’anno. Sarà distribuito su una superficie molto grande, per evitare assembramenti e per gestire un possibile afflusso di pubblico che non sappiamo se ci sarà. Paradossalmente, con queste modalità, abbiamo quattro attività nuove che non abbiamo mai avuto. Due le ho dette, le altre sono un gioco del paese di Sezano, il lancio dell’uovo, e il gioco della Palota, da San Vito al Mantico, che sembrava essersi assopito quando hanno cercato di inserirlo all’interno del Coni a causa dei macigni burocratici che la procedura richiedeva. Ora, ripreso al modo originale, senza pretendere di trasformarlo in sport agonistico, sta tornando in voga.

itVerona tornerà a parlare di Tocatì in prossimità dell’evento.

Associazione Giochi Antichi: la tradizione nel futuro ultima modifica: 2020-08-26T09:55:52+02:00 da Luca Fratton
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